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Oggi i prezzi del petrolio sono calati, in un inizio di settimana volatile. Il Brent è sceso a 103 dollari al barile, annullando i guadagni della mattinata, mentre il WTI si attesta sotto i 91 dollari. Il Brent aveva aperto a 105,63 dollari, mentre nella sessione asiatica di venerdì il prezzo al barile era di 102,94 dollari e quello del WTI di 90,37 dollari.
Tutto ciò suggerisce che gli operatori stiano valutando i flussi stabili provenienti dal Medio Oriente rispetto alle crescenti tensioni nella regione e all'annuncio da parte degli Stati Uniti di una «tregua energetica» tra Russia e Ucraina. Gli acquirenti di prodotti petroliferi, pressati dai prezzi record del diesel, stanno guadagnando, mentre chi ha scommesso su un rapido rialzo sopra i 105 dollari sta perdendo.
Domenica l'aeroporto principale dell'Arabia Saudita è stato nuovamente attaccato e un'altra petroliera è stata colpita nello Stretto di Hormuz. Ciò alimenta l'escalation contro le navi nella regione, ma per ora ha impatto limitato sui flussi. Secondo stime di JPMorgan Chase, le esportazioni di greggio dal Golfo Persico si sono ripristinate a 17,5 milioni di barili al giorno, pari al 98% del livello pre‑crisi. Per confronto, il CEO di Vitol aveva parlato di circa 12 milioni di barili/giorno, il comando americano di 20 milioni e Trump di 22 milioni, quindi la stima della banca appare più vicina alla versione militare che a quella commerciale.
Per questo il mercato ha reagito con relativa calma. Non sono stati colpiti impianti energetici essenziali, il che spiega perché il petrolio non ha mantenuto il rialzo mattutino: produzione ed export non hanno subito danni diretti, mentre il rischio ha un prezzo diverso. L'attacco all'aeroporto di Riyadh è avvenuto un giorno dopo un altro attacco allo stesso obiettivo in cui sono morte 12 persone.
Ricordo che gli Houthi hanno aperto un nuovo fronte a luglio, iniziando ad attaccare le infrastrutture energetiche saudite e le petroliere nel Mar Rosso, mentre le forze sostenute da Riyadh hanno lanciato una campagna per riprendere aree e smantellare la fazione. La settimana scorsa le forze governative hanno riconquistato Al Mukha vicino allo Stretto di Bab el‑Mandeb. Per questo motivo, ogni escalation in Yemen comporta un aumento dei prezzi, anche quando le forniture fisiche non vengono intaccate, con conseguenti forti impennate.
La seconda fonte di volatilità è legata al diesel russo. Donald Trump ha affermato che una «tregua energetica» tra Russia e Ucraina è entrata in vigore immediatamente, sebbene un annuncio simile fosse stato già fatto il mese scorso. La scorsa settimana Trump si è anche espresso sulla possibilità che la Russia fornisca diesel al mercato statunitense, provocando critiche bipartisan.
A mio avviso, il Brent si manterrà tra i 100 e i 106 dollari nelle prossime sedute, con rischi presenti su entrambi i lati. Un rialzo sopra i 105 dollari si verificherà in caso di nuovi attacchi alle petroliere a Hormuz o alle infrastrutture saudite, mentre un calo al di sotto dei 100 dollari è improbabile finché le esportazioni del Golfo rimarranno al 98% dei livelli pre-bellici e le scorte di prodotti petroliferi resteranno esaurite.
Dal punto di vista tecnico, per gli acquirenti è importante conquistare la resistenza immediata a 92$. Questo permetterebbe di puntare a 96$, livello oltre il quale la rottura sarebbe piuttosto difficile. Target più ambizioso: area 100$. Se il petrolio dovesse scendere, i ribassisti tenteranno di prendere il controllo di 89$. Se ciò dovesse accadere, la rottura del range infliggerebbe un duro colpo alle posizioni long e potrebbe spingere il petrolio verso il minimo a 87$, con prospettiva di calare fino a 83$.
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